“L’amore di Cristo ci spinge” (2Cor 5,14)
Sr. Maria Ko Ha Fong
25 maggio 2009
Inizio la mia proposta di riflessione con un racconto dei Padri del deserto:
Capitò una volta - si racconta - che Abbà Lot andò a trovare Abbà Joseph e gli disse: “Abbà, per quanto posso seguo una piccola regola, pratico tutti i digiuni, prego e faccio la meditazione, mi mantengo sereno e, per ciò che mi è possibile, conservo puri i miei pensieri. Che altro devo fare?” Allora il vecchio monaco si mise in piedi, alzò le mani al cielo e le sue dita si convertirono in dieci torce di fuoco. E disse: “ Perché non ti trasformi in fuoco?”
Il Capitolo Generale per noi religiosi e religiose, oltre al compito di esaminare la situazione concreta della Congregazione, a individuare le sfide da affrontare e creare nuovi progetti per il futuro, è sempre un richiamo a riscaldare il cuore, un’ occasione per ravvivare insieme il fuoco, per accrescere le nostre migliori energie, quelle scaturite dall’amore, per approfondire le nostre motivazioni più profonde, per rafforzare le nostre convinzioni, per rinfrescarci nella gioia e nell’ incanto, per spronarci ad un cammino nel segno della fedeltà, per lasciarci sorprendere da Dio che è ricco d’amore e meraviglioso nel modo di esprimerlo. Tuttoquesto vale soprattutto per il vostro XXII Capitolo Generale, che ha come forza trainante l’affermazione di Paolo:«L’amore di Cristo ci spinge».
La vita consacrata, infatti, è scaturita ed è alimentata dall’amore che attira, coinvolge e spinge. Non si tratta di adempiere le prescrizioni ed osservare le regole come il buon monaco del racconto, ma della «misura alta», della «fantasia dell’amore», come dice Giovanni Paolo II (Novo millennium ineunte, 31,50), del «rispecchiare lo splendore dell’amore di Dio» (Vita consacrata 24).
Senza fare un’analisi esegetica presento alcune annotazioni per l’approfondimento della parola di Paolo in 2Cor 5,14.
a) Il contesto letterario
L’affermazione incisiva di Paolo : «L’amore di Dio ci spinge» si trova nella Seconda Lettera ai Corinzi in cui Paolo ha dovuto affrontare dei problemi seri. L’Apostolo sognava delle comunità cristiane unite, concordi, piene di vitalità e saldamente fondate sul mistero di Gesù Crocifisso. Invece, l’esperienza amara – già espressa nella prima lettera ai Corinzi – è di avere davanti una comunità con problemi complessi e con gravi divisioni. Anche nei suoi riguardi sono sorti forti malintesi, forme varie di diffidenza e pesanti accuse. Egli è costretto a difendere se stesso e il suo ministero. A Corinto si sono infiltrate delle persone che spingono la comunità in una direzione diversa da quella genuina, radicata nel Vangelo e indicata da Paolo. Essi predicano il vangelo di Cristo a fini utilitaristici e per il proprio tornaconto (essi “mercanteggiano” la parola di Dio: 2,17), fanno appello al possesso di lettere di raccomandazione come titolo legittimante (3,1), esibiscono orgogliosamente manifestazioni estatiche (3,7-11) ostentando se stessi in modo eccessivo (5,12) e si richiamano alla legge dell’Antico Testamento interpretato da loro in modo rigido (3,4-14).
È in gioco non tanto la sua persona, ma l’integrità, la purezza della fede cristiana. E quando si tratta di fede, Paolo scatta, con la stessa radicalità che Gesù manifesta più volte nel Vangelo. Troviamo un Paolo che si esprime con franchezza e col cuore aperto, senza freni e senza remore. La lettera ha un ritmo vigoroso.
Reagendo ai oppositori Paolo ci offre un’ampia riflessione circa il vero senso del ministero ecclesiale e dell’ identità dell’apostolo del Vangelo. Il vero apostolo non comanda sulla fede dei cristiani, è piuttosto collaboratore della loro gioia (1,24), egli non predica se stesso, ma il Signore Gesù Cristo, per amore del quale si mette completamente a servizio della comunità (4,5). È il «profumo di Cristo», che diffonde la conoscenza di Dio in tutto il mondo (2,14-15). È l’umile servitore, indegno portatore di un messaggio che trascende infinitamente la sua persona: un fragile vaso di creta che custodisce e trasmette un tesoro inestimabile (cf 4,7). La vita dell’apostolo non è contrassegnata dall’onore o dal successo, ma dalle tribolazioni sopportate con coraggio, perché mediante la partecipazione alla morte di Cristo egli deve donare ai credenti la sua vita (4,7-12).
È in questo contesto che Paolo afferma: «L’amore di Cristo ci spinge» (5,14).
b) Il movimento del pensiero
Restringiamo l’attenzione sul micro-contesto prendendo in considerazione i versetti 12-17, per cogliere il movimento del pensiero e forse anche le emozioni del cuore di Paolo quando giungeva a questo punto della sua lettera.
[12]Non ricominciamo a raccomandarci a voi, ma è solo per darvi occasione di vanto a nostro riguardo, perché abbiate di che rispondere a coloro il cui vanto è esteriore e non nel cuore. [13]Se infatti siamo stati fuori di senno, era per Dio; se siamo assennati, è per voi.
[14]Poiché l'amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. [15]Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. [16]Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. [17]Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.
A differenza dei suoi oppositori che esibiscono del “vanto esteriore” Paolo spalanca con sincerità il suo cuore davanti alla comunità. Egli presenta il suo quotidiano lavoro di dedizione disinteressata e altruistica per la comunità (v.13), il suo concreto vivere non per sé, ma per colui che è morto per noi (v.15). Egli svela la sorgente segreta, da cui attinge energia e ispirazione per tutta la sua frenetica attività missionaria: il pensiero dell’amore di Cristo, testimoniato nella prova suprema della morte di croce (v.14), è per lui una spinta irresistibile, che lo “costringe” ad annunciarlo a tutti gli uomini, perché tutti possano avere una vita nuova, vivendo non più per se stessi, ma per Cristo, morto e risorto per tutti (v. 15,17).
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Vorrei, ora, focalizzare l’attenzione soltanto sulla frase : «L’amore di Cristo ci spinge» proponendo alcune semplici riflessioni divise in due parti: l’amore che ha spinto Dio, l’amore che spinge noi.
I. L’amore che ha spinto Dio
«L’amore è una riserva sacra di energia», dice Teillhard de Chardin. È una forza potentissima. Il Catechismo della Chiesa Cattolica descrive l’amore come il “motore” fondamentale di ogni azione umana: «La passione fondamentale è l’amore», (n.1765). Questo vale anche per Dio. L’amore l’ha spinto a dare al mondo il suo figlio, a prendersi cura con bontà preveniente e provvidente di tutti i suoi figli.
Nell’espressione l’amore di Cristo il genitivo va compreso come “genitivo soggettivo” (l’amore con cui Cristo ci ama) oppure come “genitivo oggettivo” (l’amore che ha per oggetto la persona di Cristo)? Sembra che ambedue i significati siano inclusi nella mente di Paolo. Senz’altro il primo è il fondamento del secondo. «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (1Gv 4,10). La “passione” dell’uomo per Cristo deriva dalla “passione” di Cristo per l’uomo. L’amore verso di noi che Cristo ci ha dimostrato fino a morire e risorgere per noi viene percepito da Paolo nel profondo della sua anima come una forza irresistitibile che lo spinge a ricambiare quest’amore.
1. L’amore incarnato
Tutte le religioni parlano dell’amore, ma noi cristiani affermiamo che «Dio è amore», e che l’amore per l’umanità ha spinto Dio a farsi uomo.
«Se tu squarciasi il cielo e scendessi!» (Is 63,19): questo grido del profeta Isaia esprime un anelito profondo dell’umanità. Da sempre l’uomo sente come insormontabile la distanza tra il cielo e la terra, tra il suo mondo e il mondo misterioso e irraggiungibile dove abita la divinità. Da sempre egli desidera che questa distanza si accorci, che la sfera divina e quella umana si tocchino, non per un’ esplosione, ma per un abbraccio.
L’uomo ha anche tentato di superare questa distanza di propria iniziativa e con i propri mezzi. Adamo e Eva hanno ceduto alla tentazione di «diventare come Dio» (Gn 3,5), i loro discendenti hanno cercato di «costruire una torre e una città, la cui cima tocchi il cielo» (Gn 11,3). Volevano dire a Dio: “Sta’ dove sei nel tuo cielo. Non hai bisogno di scomodarti. Noi siamo capaci di venire fino a te se vogliamo cercarti”. E naturalmente la loro impresa di autoesaltazione fallì con conseguenze dolorose. Andando avanti nella storia hanno imparato gradualmente che il “salire” dell’uomo in cielo non è possibile se non è preceduto da un “discendere” di Dio sulla terra. Si rivolgevano quindi a Dio nella preghiera perché voglia “chinarsi” su di loro (cf Sal 14,2; 53,3; 102,20; 113,6) e vedevano in ogni intervento divino a loro favore uno “scendere” di Dio verso il suo popolo (cf Es 3,8; 19,11; Nm 11,17; Sal 144,5). Intanto si maturava anche l’idea che ci sono determinati luoghi in cui Dio ama manifestarsi, luoghi santi scelti da Lui per essere il punto di contatto tra cielo e terra, una “scala” che permette di comunicare con Dio, secondo il sogno di Giacobbe a Betel (cf Gn 28,12). Oppure, per particolari privilegi, solo determinate persone potevano entrare nelle nube oscura (come Mosè) e stare davanti alla maestà terribile del Trascendente.
Questo anelito di uno spiraglio di comunicazione con il divino è comune in tutti i popoli. In Cina, per esempio, già nella remota antichità si cercava di “scrutare il volere del cielo” attraverso l’osservazione degli astri, del ritmo vitale della natura, del flusso di energia nel corpo umano. E in tutti i popoli si sviluppavano forme varie di divinazione, di penetrazione dell’occulto o di magie. Anche il popolo d’Israele non faceva eccezione (cf il rifiuto di queste forme religiose devianti da parte di Mosè a nome di Dio Dt 18,10-12).
Nessuno può conoscere Dio se Egli non si rivela, nessuno può vedere Dio se Dio non vuol farsi vedere. Ma ecco la sorpresa: Dio si è rivelato, e in modo meraviglioso, inatteso, inedito. Il Figlio di Dio «per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo» come professiamo nel Credo, colui che «è nel seno del Padre» (Gv 1,18), cioè che dimora nel cuore del Padre, ci ha rivelato quanto è smisurato, impensato l’amore di Dio.
Gesù Cristo è l’amore di Dio incarnato, è l’espressione suprema dell’amore di Dio per l’umanità. Così interpreta Giovanni: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16), «In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui» (1Gv 4,9); e Paolo: «Egli non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi» (Rm 8,32).
2. Ha amato con cuore d’uomo
Con la venuta nel mondo del Figlio di Dio il nostro mondo si è trasformato in casa di Dio, con il suo inserirsi nelle vicende umane, la nostra storia è diventata storia di Dio, con il suo farsi uomo noi siamo resi figli di Dio e con il suo assumere il cuore umano questi è diventato luogo della manifestazione dell’amore di Dio. La Costituzione pastorale Gaudium et spes del Vaticano II ha rilevato con tanta incisività: Gesù «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (n.22).
Il cuore di Gesù ha sperimentato la gioia più pura e il dolore più lacerante, ha provato commozione, turbamento, meraviglia, sdegno, afflizione, esultanza e tutta la gamma di sentimenti che segnano tanto a fondo la nostra identità umana e la nostra vita quotidiana.
Nella sua relazione con gli altri Gesù mostra grande umanità, ha un atteggiamento di partecipazione serena e aperta a tutto ciò che è autenticamente umano. Egli ha voluto crescere nel contesto della ferialità in un ambiente semplice. La sua persona e le sue parole lasciano trasparire un calore umano, pieno di buon senso, di sapienza, di realismo, di amore alla vita. Egli parla con disinvoltura e senso pratico del lavoro del contadino, del vignaiolo, del pescatore, del pastore, del mercante, del costruttore di casa. Non gli sfuggono i piccoli lavori domestici assegnati alla donna, come per esempio lievitare la pasta e fare il pane, accendere la lampada e metterla sul moggio, conservare il vino, rammendare i vestiti vecchi. Egli conosce pure il dolore della donna in parto e comprende bene il suo stato d’animo.
Egli gode della gioia della festa, accetta volentieri gli inviti al banchetto, visita gli amici, partecipa alle nozze, tiene fra le braccia i bambini e guarda con simpatia i giochi che essi fanno tra di loro nella piazza. Egli osserva con attenzione la gente che prega nel tempio e non gli è nascosto il gesto umile e discreto di una donna che getta le sue uniche due monete nel tesoro.
Egli condivide il dolore di chi è nel lutto, comprende l’angoscia dei genitori che hanno figli malati, si commuove per il pianto di una madre e per la morte di un amico, sente compassione per la folla disorientata, coglie il senso di impotenza di chi si rende conto d’essere incapace di prolungare la propria vita nemmeno di un giorno, conosce la trepidazione di chi ha la responsabilità di custodire la casa dai ladri imprevedibili.
Non gli sono estranee le dinamiche complesse delle relazioni umane sia nella famiglia come nella società. Egli stesso ha avuto una vasta gamma di relazioni : con i suoi familiari e compaesani, con i discepoli, con la folla, con amici, ammiratori e oppositori, con le autorità civili e religiose, con giudei e greci, con persone ricche e povere, colte e meno colte, ecc. Nelle sue parabole egli parla con perspicacia dei rapporti tra padre e figlio, tra fratelli nella famiglia, tra padroni e servi, tra maestro e discepoli, tra re e sudditi, tra ricchi e poveri, potenti ed oppressi; soprattutto egli insiste sull’amore da estendere a tutti, persino ai nemici.
L’amore di Dio manifestato in Gesù non è astratto, vago, ma molto concreto, sensibile, pieno di calore umano, ricco di relazioni e ha il sapore della quotidianità. Egli ci invita «Venite a me … imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29), ma prima è venuto da noi, ha “imparato” ad essere come noi, ha colmato con l’amore l’ infinita distanza tra l’uomo e Dio, solo così possiamo andare da lui, imparare da lui e conformare il nostro cuore al suo.
3. La croce segno sorprendente dell’amore di Dio
È già un evento di inconcepibile grandezza che Dio si faccia uomo, un creatore che si metta a livello delle sue creature; è sorprendente che questo Dio fatto uomo abbia voluto condividere non solo il lato più bello dell’uomo, ma anche il lato più oscuro, ha sofferto dolore fisico, psicologico e spirituale nella sua esistenza umana. Lo stupore arriva al culmine quando vediamo che questo Dio che è immortale, che è la vita stessa, abbia voluto fare una cosa così contraria a sé: morire da uomo. E quale morte? Una morte la più dolorosa, la più ignominiosa che esistesse a quel tempo, una morte che è legata alla maledizione, una morte da peccatore. Egli ha voluto raggiungere l’uomo nella prigionia del suo peccato. Ha voluto arrivare al luogo dove non “dovrebbe” arrivare, al territorio del peccato, all’ambito dei “senza Dio”, al luogo che è per definizione “lontananza da Dio”Tutto questo per amore! Un amore “fino alla fine”, dice Giovanni (Gv 13,1), un amore oltre ogni limiti e misura, un amore che «sorpassa ogni conoscenza», dice Paolo (Ef 3,19).
C’è ancora di più. Questo amore senza limiti spinge Gesù ad arrivare a un punto così paradossale, così eccessivo che ci risulta incomprensibile. Gesù sulla croce ha voluto soffrire persino la solitudine più assoluta: sentirsi abbandonato dal Padre con cui è unito in un amore intensissimo. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Un grido denso di mistero! Sì, qui ci avviciniamo timidamente ad un mistero d’amore troppo grande. Non c’è un dolore più forte che quello di sentirsi abbandonato dalla persona più amata, proprio nella sofferenza, nel momento in cui si ha più bisogno di una presenza d’amore. Gesù ha voluto soffrire anche questo: una sofferenza più acuta della stessa morte in croce, per poter toccare il fondo estremo del dolore, bevendo il calice fino all’ultima goccia.
Se il dolore dell’inferno consiste sostanzialmente nella straziante lontananza da Dio, allora si può dire che Gesù ha sofferto persino il dolore dell’inferno. E se la felicità del paradiso sta nel godere la presenza di Dio, allora si può dire anche che Gesù ha sofferto il dolore dell’inferno per darci l’accesso al paradiso. Se nell’incarnazione Dio è disceso dal cielo alla terra, sulla croce egli discende ancora di più, fino all’inferno! Egli si è chinato fino ad arrivare alla miseria più profonda dell’uomo. Ha costruito così una scala non solo tra il cielo e la terra, tra Dio e l’uomo, ma tra l’inferno e il paradiso, tra Dio e i peccatori.
Dio ha voluto soffrire l’abbandono da Dio, Dio ha riempito di sé il vuoto di Dio. Dio è penetrato nel terreno dei senza Dio e ha ricolmato con la sua presenza la sua assenza. È qui che il peccato viene definitivamente sconfitto. Dio è penetrato anche nel luogo dove non c’è Dio. Ecco perché la croce è il punto di attrazione verso cui Dio attira tutti a sé (cf Gv 12,32). Ecco perché la croce è la massima e la più sorprendente rivelazione di Dio che è amore.
Gesù crocifisso rivela fin dove può arrivare l’onnipotenza dell’amore. Però questo atto d’amore non lo compie solo Gesù, il Figlio, ma tutta la Trinità. È tutta la Trinità che soffre sulla croce per amore dell’uomo, Il Figlio soffre la lontananza dal Padre. E il Padre soffre consegnando il Figlio all’abbandono, senza intervenire. Egli che è eternamente unito al Figlio, ora si astiene dal farsi presente al figlio lasciandolo toccare il fondo dell’abisso, lasciandolo penetrare nella solitudine dei peccatori fino a morire della loro stessa morte. E lo Spirito, che è unione d’amore tra Padre e Figlio, nel momento della croce è l’amore sofferto, l’amore di lacerazione. L’amore spinge ad uscire da sé, spinge a muoversi, ad andare oltre. L’amore ha spinto anche la Trinità in un certo senso ad uscire da sé, ad essere eccessivo.
Paolo coglie profondamente questo mistero paradossale dell’amore. Egli afferma: «Colui che era senza peccato Dio lo trattò da peccato in nostro favore» (2Cor 5,21) e accoglie con commozione questo dono d’amore, consapevole che è indirizzato a lui personalmente, oltre che a tutta l’umanità: Cristo «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).
Ma l’amore di Dio, appunto perché sovrabbondante, eccessivo, sfugge dai parametri del cuore umano gretto, freddo, duro. La croce appare”debolezza”, “scandalo”, “stoltezza” (cf 1Cor 1,17-25) per chi si ritiene sapiente, per chi segue la logica del mondo. Bisogna avere un cuore umile, semplice, un cuore di bambino, sensibile all’amore, aperto allo stupore, alla lode, al ringraziamento, pronto a lasciarsi affascinare, coinvolgere, commuovere.
Un pericolo per noi è quello di abituarsi troppo al mistero. Dai tanti crocifissi nei nostri ambienti non sempre vediamo il Crocifisso. L’evento della croce, una volta posto al centro del disegno salvifico di Dio, lo consideriamo dottrinalmente sistemato, scontato, pacifico. Anche il venerdì santo, fissato nel nostro calendario liturgico, rischia di non essere più memoria di un fatto sorprendente. Il Crocifisso in mezzo a fiori, a ceri e incensi non sconvolge più come duemila anni fa sul Golgota . Nella vita quotidiana poi, spesso chiamiamo croci molte banalità che non meritano questo nome. Esagero un po’, ma il pericolo da cui Paolo metteva in guardia le Chiese della Galazia, cioè il pericolo di svuotare di significato la croce, il pericolo di rendere vana la morte di Gesù è tuttora esistente.
4. L’amore divino riversato nel cuore umano
L’amore spinge Dio ad essere continuamente presente nella vita dei suoi figli e delle sue figlie, a prendersi cura di loro, a prevenire, perdonare, correggere, guidare, accompagnare. Gesù ci invita ad abbandonarsi all’amore del Padre, che sa di che cosa abbiamo bisogno, che ci dona il pane quotidiano (cf Mt 6), che ammaestra il nostro cuore riempiendolo del suo amore.
Paolo sperimenta profondamente questa tenerezza di Dio nella sua vita. Nella lettera ai Romani, descrivendo la bellezza dell’identità dei credenti salvati da Cristo egli afferma: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,4).
L’amore è stato versato nel cuore, il luogo più intimo, il nucleo più autentico dell’uomo, dove scaturisce ogni dinamismo spirituale, il luogo in cui egli imposta tutta la sua esistenza, il terreno della riflessione sapienziale, del discernimento, della maturazione della coscienza, della crescita interiore.
Lo stesso Spirito che grida in noi «Abba, padre», che prega in noi con gemiti inesprimibili (cf Rm 8,15.26), versa continuamente l’amore di Dio nel cuore umano, lo riempie, lo alimenta, lo allarga, lo sintonizza con quello di Dio.
L’immagine del “versare” che Paolo usa è particolarmente bella, esprime in modo vivo e poetico l’amore incondizionato, abbondante, continuo, incessante. Il gesto di versare dice generosità, eccedenza. Paolo usa quest’immagine ancora una volta nella lettera agli Efesini: «Egli ha abbondantemente riversato su di noi la ricchezza della sua grazia con ogni sapienza e intelligenza» (Ef 1,8). L’immagine evoca la scena in Ez 47: l’acqua sgorga dal tempio, lo riempie e continua a scorrere dando vita dove passa.
Il rapporto tra Dio e uomo si colloca su questo livello dell’eccedenza e della sovrabbondanza. Dio dialoga con l’uomo nei larghi spazi della bellezza e dell’amore, non nell’angustia dei diritti e dei doveri. Egli ricolma le sue creature della sua pienezza (cf Ef 3,19), concede loro “grazia su grazia” (Gv 1,16) e «vita in abbondanza» (Gv 10, 10). «Dio ha il potere di fare molto di più di quanto noi possiamo pensare e domandare» (Ef 3,20).
Il criterio del dono di Dio non è quello del “minimo indispensabile”, ma del massimo, della sovrabbondanza sorprendente, della pienezza. Gesù lo manifesta chiaramente non solo con le sue parole, ma anche con le sue opere. Nel primo miracolo, a Cana, l’acqua trasformata in vino è sovrabbondante e di eccezionale qualità. Per saziare la folla i pani vengono moltiplicati in grande quantità cosicché ne avanzano dodici canestri. L’acqua che Gesù promette alla samaritana non solo estingue ogni sete, ma diventa addirittura sorgente zampillante. Nel miracolo della pesca pochi pesci sarebbero bastati perché gli apostoli, dopo aver faticato invano tutta la notte, riconoscessero il Signore, ma i pesci sono centocinquantatre, molto più del necessario. Gesù vuole che i suoi discepoli lo imitino nella grandezza di cuore: «date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo» (Lc 6,38).
Paolo, affascinato dalla generosità di Dio, prega perché possiamo essere «in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, la profondità» (Ef 3,18) dell’amore con cui siamo amati.
Stimoli per la riflessione
«Dal Cuore di Gesù, aperto sulla croce, nasce l’uomo dal cuore nuovo» (Cost. Scj, 3).
Esaminiamo il nostro cuore: è arido, duro, freddo, chiuso, inerte, stanco, triste, vuoto, insensibile, impermeabile, indifferente, ingrato all’amore? È un “cuore di pietra”? un “cuore lento” (come quello dei due discepoli di Emmaus) ? Lasciamo penetrare l’amore di Dio? Ci lasciamo rallegrare, sorprendere dall’amore abbondante di Dio? Ci lasciamo coinvolgere, sconvolgere «trafiggere il cuore» (cf At 3,37)? Abbiamo “un cuore di carne”, semplice, umile, fresco, ricco di umanità?
Dalla Bibbia si coglie con chiarezza questo: ciò che fa soffrire maggiormente Dio è la sclerocardia del suo popolo. I profeti esprimono con parole e immagini toccanti il dolore, l’ “impotenza” di Dio di fronte all’insensibilità dell’uomo (es. la vigna ingrata in Is 5,1-7: «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? ...»; il figlio ribelle in Os 11,1-6: «… più li chiamavo, più si allontanavano da me; …essi non compresero che avevo cura di loro»; il processo contro Israele in Mi 6,1-8: «Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi»). Anche nel Vangelo Gesù rimprovera spesso, e con parole dure, i suoi oppositori, la folla e anche i suoi discepoli per la loro indifferenza e l’insensibilità all’amore (es. alla folla: «Ma a chi paragonerò io questa generazione? Essa è simile a quei fanciulli seduti sulle piazze che si rivolgono agli altri compagni e dicono: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto…» (Mt 11,16-19); ai suoi oppositori: «…Ma io vi conosco e so che non avete in voi l'amore di Dio» (Gv 5,42). ai discepoli: «Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? … » (Mc 8,14-21).
Un proverbio cinese dice: “Più il cuore è vuoto, più pesa”. Il nostro cuore è pesante e stanco per il vuoto d’amore di Dio? È pieno d’altro? Nella nostra società postmoderna, l’uomo vive una “vita liquida” (espressione di Z. Bauman), senza consistenza, si limita ad accumulare impressioni passeggere e disordinate, ma è sempre meno capace di esperienze profonde. I segni d’amore di Dio, come descritto nella parabola evangelica del seminatore, incontrano spesso superficialità o soffocamento.
II. L’amore di Dio che ci spinge
Torniamo a fare alcune sottolineature sulla frase parolina: «L’amore di Cristo ci spinge».
L’amore di Cristo, un amore preveniente, immenso e sorprendente, suscita in noi la risposta d’amore per lui e per ciò che egli ama. L’amore per Cristo genera in noi l’amore per ogni essere umano; la passione per Cristo genera la passione per l’uomo. Nell’amore c’è un dinamismo all’interno (amore reciproco tra le persone che si amano) e un movimento all’esterno (insieme verso gli altri). Dice A. Saint-Exupéry: «Amare non vuol dire solo guardarsi negli occhi, ma guardare insieme alla stessa direzione».
L’amore che ha spinto Dio continua a spingere noi, l’amore con cui Dio ci ha riempito il cuore si riversa sugli altri. È un dinamismo continuo.
Una riflessione sulla parola “spingere” che Paolo qui usa: il verbo greco synéchei non è facile da tradurre, esso riveste non poche sfumature di significato, può essere reso con “premere da ogni parte”, “comprimere”, “tenere unito”, “tenere insieme “contenere”, “sostenere”, “sospingere”, “sollecitare”. Gerolamo nella Vulgata traduce col latino urget). La Nuova versione CEI traduce: “L’amore di Dio ci possiede”. (è interessante confrontare le varie traduzioni in altre lingue: the love of Christ urges us, impels us, compels us; l’amour du Christ nous presse, nous domine; die Liebe Christi drängt uns, hält uns zusammen).
L’amore di Cristo tiene unite tutte le energie interiori della persona verso un punto focale. E’ quel fuoco interiore o della “seduzione” di cui parla Geremia («Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso... nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» Ger 20,7-9).
Paolo sperimenta la stessa “seduzione”, si sente “posseduto”, immerso in un giro dinamico dell’amore che ristruttura tutta la sua personalità : «vivo non più io ma Cristo vive in me» (Gal 2,20), lo spinge ad uscire da sé, a correre per «conquistare Cristo» e lasciarsi conquistare da Cristo (Fil 3,12), a condividere l’amore sperimentato agli altri, con audacia e creatività, sfidando la fatica, le difficoltà, la sofferenza e le avversità. Si comprende in questo senso la sua affermazione «Guai a me se non annuncio il Vangelo» (1Cor 9,16).
Provo ad articolare alcune riflessioni su come l’amore di Cristo ci spinge a livello personale, comunitario e missionario seguendo i tre poli indicati nello Strumento del lavoro.
- Sintonizzare il cuore con quello di Cristo – l’ambito della spiritualità
Intorno alla svolta del millennio tutta la Chiesa si è impegnata a tornare al centro del cristianesimo: fissare lo sguardo su Cristo. I vari sinodi continentali, tutti focalizzati su Cristo e poi il Sinodo sull’Eucaristia e sulla Parola, il magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, i vari documenti della curia romana (per esempio di documento “Ripartire da Cristo” della Congregazione per la Vita Consacrata) indirizzano chiaramente a questo centro. È lo Spirito che l’ha suggerito alla Chiesa.
L’amore di Cristo ci spinge (tiene unito) a creare l’unità interiore dentro di noi, ad evitare la dispersione, la confusione e il disordine della vita spirituale, che è comune nella nostra epoca. L’art 17 delle vostre Costituzioni descrive molto bene questa centralità di Cristo:
Quali discepoli di Padre Dehon, vorremmo fare, dell’unione a Cristo
nel suo amore per il Padre e per gli uomini, il principio e il centro della nostra vita.
Con predilezione, meditiamo queste parole del Signore:
Rimanete in me, e io in voi: come il tralcio non può far frutto da se stesso
se non rimane nella vite,così anche voi se non rimanete in me (Gv 15,4).
Fedeli all’ascolto della Parola e alla frazione del Pane,
siamo invitati a scoprire sempre di più la Persona di Cristo e il mistero del suo Cuore
e ad annunciare il suo amore che sorpassa ogni conoscenza.
Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Ef 3,17-19).
La categoria giovannea del “rimanere” citato in questo articolo esprime bene il senso della centralità di Cristo e dell’essere spinti dal suo amore. Già nel primo racconto di vocazione nel Vangelo di Giovanni il verbo rimanere viene usato tre volte. I due discepoli di Giovanni Battista, affascinati da Gesù, lo seguono e gli chiedono: «Maestro, dove rimani?» e dopo l’invito di Gesù a venire per vedere, questi discepoli «andarono a vedere dove rimaneva e quel giorno rimasero presso di lui» (Gv 1,38-39). I discepoli vogliono informarsi della dimora di Gesù, mentre Gesù diventa la loro dimora. Seguire Gesù vuol dire, quindi, rimanere presso di lui.
Attratto dal Padre nella sequela di Gesù, il discepolo entra nella comunione di vita e di amore tra Padre e Figlio, si lascia amare con gratitudine e semplicità. E’ Gesù stesso che lo garantisce: «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). L’amore plasma e struttura la persona rendendola sempre più protesa verso l’altro. Rimanendo nell’amore di Dio il discepolo acquista una nuova visione della realtà, una nuova fonte di desideri. Egli desidera quello che vuole Dio. E’ in questo senso che Gesù dice: «Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. [...] Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando» (Gv 15,10-12). Non si tratta dell’osservanza dei comandamenti imposti dall’esterno, ma è un affiatamento con il mondo di Dio, acquisendo, come dice la Vita consecrata, «una sorta di istinto soprannaturale» (n. 94).
Questo rimanere presso Gesù e in Gesù diventa per i discepoli fonte inesauribile di risorse interne per la loro vita e la loro missione. Rimanendo costantemente in Gesù come i tralci nella vite e lasciandosi penetrare sempre più intimamente e profondamente da lui, la vita del discepolo diventa spiritualmente feconda. «Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto» (Gv 15,4-5).
Come può «rimanere presso Gesù» chi non l’ha conosciuto durante la sua vita terrena? Rimanere in lui significa rimanere nella sua parola, quella pronunciata durante la sua esistenza storica, tramandata dai testimoni e fissata poi nella Scrittura. Nella Parola egli si fa presente oltre il limite del tempo e dello spazio. «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; e conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31-32). «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato» (Gv 15,7). «Leggere la Bibbia è entrare nel cuore di Dio mediante la sua Parola», dice Gregorio Magno; l’ascolto frequente e il rimanere continuo nella parola di Cristo porta gradualmente ad una sintonizzazione con il cuore di Cristo.
Questa sintonizzazione del cuore si fa più intenso nell’Eucaristia, il Sacramentum caritatis in cui avviene una comunione di vita, un flusso d’amore.
2. Profezia dell’unità nella diversità – l’ambito della comunità
In un mondo globalizzato, in cui purtroppo facciamo fatica ad evitare le divisioni e i conflitti tra razze, culture, religioni, ecc. e in cui ci troviamo incapaci a far emergere la ricchezza dalla multiculturalità e l’ideale della fratellanza universale, il compito della vita religiosa comunitaria di dare testimonianza è particolarmente importante. Cito alcuni brani dai documenti ecclesiali in riferimento:
- «La comunità religiosa è visibilizzazione della comunione che fonda la Chiesa e insieme profezia dell’unità alla quale tende come sua meta finale» (Vita fraterna in comunità 10);
- «La stessa vita fraterna è profezia in atto nel contesto di una società che talvolta senza rendersene conto, ha un profondo anelito ad un fraternità senza frontiere» (Vita consecrata 85).
- «La Chiesa affida alle comunità di vita consacrata il particolare compito di far crescere la spiritualità della comunione prima di tutto al proprio interno e poi nella stessa comunità ecclesiale ed oltre i suoi confini, aprendo o riaprendo costantemente il dialogo della carità, soprattutto dove il mondo di oggi è lacerato dall’odio etnico o da follie omicide. Collocate nelle diverse società del nostro pianeta [...] le comunità di vita consacrata, nelle quali si incontrano come fratelli e sorelle persone di differenti età, lingue e culture, si pongono come segno di un dialogo sempre possibile e di una comunione capace di armonizzare le diversità» (Vita consecrata 51).
- «La santità e la missione passano per la comunità, perché Cristo si fa presente in essa e attraverso di essa. Il fratello e la sorella diventano sacramento di Cristo e dell'incontro con Dio, la possibilità concreta e, più ancora, la necessità insopprimibile per poter vivere il comandamento dell'amore reciproco e quindi la comunione trinitaria. In questi anni le comunità e i vari tipi di fraternità dei consacrati vengono sempre più intesi come luogo di comunione, dove le relazioni appaiono meno formali e dove l'accoglienza e la mutua comprensione sono facilitati. Si riscopre anche il valore divino ed umano dello stare insieme gratuitamente, come discepoli e discepole attorno a Cristo Maestro, in amicizia, condividendo anche i momenti di distensione e di svago» (Ripartire da Cristo 29).
L’amore di Cristo ci spinge a creare unità nella diversità per essere testimonianza e profezia per il mondo. Guardiamo al nostro modello: la comunità della Chiesa primitiva. Provo ad immaginare a dover creare un web site per la comunità primitiva e mettervi alcune fotografie scattate nei libri del Nuovo Testamento.
Una foto di gruppo: la comunità scelta e costituita da Gesù
I dodici apostoli sono di provenienza diversa. Si sa che Filippo è di Betsaida (Gv 1,44), Pietro e Andrea hanno la casa a Cafarnao (Mc 1,29), Simone è di origine cananea (Mc 3,18), Bartolomeo, che la tradizione identifica con Natanaele, è di Cana di Galilea (Gv 21,2).
Sono uomini di diverse professioni. Alcuni sono pescatori, mentre Matteo è un esattore di tasse. Alcuni seguivano già Giovanni Battista, quindi erano avviati, in qualche modo, ad una vita spirituale più intensa e più esigente; altri invece, come i pescatori sul lago di Tiberiade (Mc 1,16-20) o Matteo al banco delle imposte (Mt 9,7-9), immersi nella loro vita di gente comune e nel loro lavoro quotidiano, sono stati chiamati da Gesù all’improvviso, senza nessuna preparazione né remota, né prossima.
Prima di diventare discepoli di Gesù molti di loro non si conoscevano, altri invece erano legati con vincoli di sangue o di amicizia. Andrea e Pietro, Giacomo e Giovanni, sono due coppie di fratelli; i pescatori sono compagni di lavoro; Filippo probabilmente è amico di Natanaele.
I dodici apostoli riflettono anche una diversità di ambiente di vita e di tendenze ideologiche. Accanto ai semplici pescatori di Galilea c’è Matteo, il pubblicano, Natanaele, un «vero israelita», Simone, uno zelota.
Se dal quadro esterno ci addentriamo a vedere il loro carattere e la loro personalità, la diversità che emerge è ancora più grande. (Benedetto XVI ci ha offerto una galleria dei loro ritratti in una serie di catechesi all’udienza generale del mercoledì).
Nel gruppo attira molto l’attenzione Simone Pietro, uomo impulsivo, irruente, più portato ad agire che a riflettere,più pronto a promettere che a mantenere la promessa. È un tipo che va facilmente agli estremi, che cade facilmente, ma che si rialza con prontezza non appena riconosciuto lo sbaglio. È impaziente, vuol avere chiaro tutto e immediatamente, fa fatica ad aspettare e a sostare nel mistero Egli segue Gesù con tutto l’ardore del suo carattere e con tutto il suo amore e Gesù gli affida il compito di guidare la Chiesa nascente.
Anche Giovanni ha un amore ardente per Gesù, ma lo esprime in modo molto diverso. Dotato di grande capacità di riflessione e d’intuizione, insieme ad una forte sensibilità per il mistero, è il teologo e il mistico del gruppo.
Andrea si fa conoscere come un uomo socievole, generoso, zelante, premuroso nel portare gli altri a Gesù. Quando scopre qualcosa di buono e di bello, s’affretta a condividerlo subito con gli altri. È stato lui a condurre il fratello Pietro da Gesù. È stato ancora lui a scoprire e a portare da Gesù il ragazzo con cinque pani e due pesci, contribuendo così al miracolo.
Somigliante ad Andrea da questo punto di vista è Filippo, il mediatore fra Natanaele e Gesù nel loro primo incontro. È un uomo semplice, schietto; fa fatica ad andare oltre il visibile, a penetrare nel senso più profondo della realtà. Ciò risulta dalla domanda di Gesù: «Filippo, da tanto tempo sono con voi e non mi hai conosciuto?».
Come Filippo, e più di lui, anche Tommaso è lento a cogliere il mistero nella sua profondità. Tommaso è un tipo razionale, non si compromette e non rischia facilmente, non si fida senza prove tangibili, non crede senza aver fatto esperienza personale.
Natanaele ha avuto il privilegio di ricevere un bell’elogio da Gesù fin dal primo incontro: «Ecco un vero Israelita in cui non c’è falsità». Questo l’ha fatto passare da uno scetticismo ironico («Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?») ad una confessione di fede («Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele»).
Abbiamo nel gruppo un silenzioso Giacomo, sempre presente negli avvenimenti importanti e sempre discreto; un Giacomo di Alfeo, un Giuda di Giacomo, un Simone Zelota, di cui non conosciamo nulla al di là del nome. Infine c’è Giuda Iscariota, uomo di carattere debole, che alla fine tradisce Gesù.
Questi uomini così diversi tra di loro Gesù ha esortato : «Amatevi come io vi ho amato» (Gv 13,34; 15,12), su di essi Gesù ha pronunciato, al termine della sua vita, la preghiera rivolta al Padre: «Siano perfetti nell’unità» (Gv 17,23). È a loro che Gesù ha affidato tutto se stesso, le sue parole, i suoi fatti, la sua missione e, in un certo senso, il suo futuro.
Oggi le nostre comunità riproducono questa foto. Le nostre diversità sono molto più grandi e più complesse, ma il centro d’unione è lo stesso. Il nostro messaggio profetico di fronte ad un mondo pieno di divisione è questo: il dialogo e l’unione fra i diversi è possibile, fattibile, è reale, bello, quando c’è l’amore e quando c’è al centro Dio.
Una serie di fotografie di riunione della Chiesa primitiva
Luca ci dà una serie di fotografie della vita della Chiesa primitiva negli Atti degli Apostoli, particolarmente interessanti sono quelle delle riunioni del gruppo: in attesa dello Spirito, discernimento per la sostituzione di Giuda e l’elezione di Mattia, riunioni di preghiera e della frazione del pane, riunioni di condivisione di esperienze missionarie, riunioni di gioioso ringraziamento narrando le meraviglie compiute dal Signore, riunione di preghiera durante la persecuzione, ecc. In particolare vorrei rilevare le fotografie delle riunioni collegiali per risolvere i problemi nati, affrontare sfide con la creazione audace di novità.
Secondo il Libro degli Atti, la prima tensione sorta nella Chiesa di Gerusalemme è quella del «malcontento tra gli ellenisti verso gli ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana» (At 6,1). Si avverte un disagio nella comunità, questo disagio viene percepito ed espresso in forma di malcontento, malumore. È un fenomeno inevitabile nelle comunità umane.
Come reagisce il gruppo dei Dodici? Avrebbero potuto imporre la loro autorità mettendo a tacere i malcontenti o esortando alla pazienza nel sopportare il disagio, avrebbero potuto minimizzare il problema facendo il gioco dello struzzo o mormorare a loro volta contro i malcontenti. Invece essi intervengono affrontando insieme il problema con saggezza e realismo.
La tensione appare nell’assistenza delle vedove, quindi nell’organizzazione dell’opera di carità, ma ciò che si vede non è che l’iceberg di un problema di portata più vasta e con radici profonde. In realtà si tratta della difficoltà di convivenza tra i due gruppi linguistici che erano in fondo anche due gruppi etnico-culturali diversi, con due modi diversi di concepire la novità cristiana. Comunque, questa tensione si fa sentire proprio nel momento in cui la comunione di fede dovrebbe diventare visibile e operativa: nella testimonianza di carità.
Lo studio e la soluzione del problema è avvenuto in modo collegiale. È la prima scelta pastorale della Chiesa, una scelta innovativa: l’istituzione di un nuovo ministero che si prenda cura dell’opera di carità.
Si tratta solo d’una nuova divisione di lavoro? È solo un modo di accontentare gli ellenisti dando loro spazio e possibilità di maggior partecipazione? Chi pensa così avrebbe ridotto e diluito il senso teologico che Luca attribuisce a tutta questa vicenda. La tensione tra i due gruppi in realtà ha spinto i discepoli ad ampliare la loro visuale, ha stimolato la loro creatività per inventare vie pastorali più ardite secondo la necessità della situazione; allo stesso tempo ha provocato in loro una presa di coscienza più profonda del loro compito all’interno della Chiesa. «Noi invece ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola» (At 6,4). Essi non sono factotum nella comunità. Ci sono delle priorità e ci sono dei compiti che competono loro in modo esclusivo in quanto testimoni oculari della vita terrena di Gesù.
Luca menziona ancora altre tensioni negli Atti. Sempre in tema del rapporto teso tra i cristiani convertiti dal giudaismo e quelli convertiti dal paganesimo sorge ad Antiochia una «discussione» tra i due gruppi: «Alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: “Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete salvarvi». Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro» (At 15,1-2). La controversia viene poi risolta nella grande assemblea di Gerusalemme (At 15, 5-29) svolta sotto la guida dello Spirito («Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi,…» v.28), dove sono tenuti presenti due elementi fondamentali da salvaguardare e da conciliare: l’universalità del vangelo e l’unità della Chiesa. Tutti e due sono ugualmente essenziali e devono, perciò, coesistere. La Chiesa, per essere fedele a Cristo e alla propria identità, deve sempre vivere nell’universalità e nell’unità, essere una ed aperta a tutti, quindi aperta ad una pluralità di esperienza e di espressione cristiana.
Qui abbiamo una testimonianza profetica di una comunità che sa affrontare le tensioni, sa discutere, discernere e trovare insieme delle decisioni.
Fotografie di incontri tra diverse comunità
Sarebbe interessante contemplare le fotografie che Luca presenta dell’incontro e le relazioni di Paolo con la comunità di Gerusalemme. Non molto nitidi, non stimolanti. Ci incuriosisce come la comunità abbia accolto questo “intruso”, ex-persecutore che è entrato a far parte della Chiesa in un modo del tutto insolito, come Paolo abbia gestito il delicato rapporto e soprattutto come l’amore possa superare tutte le difficoltà di relazione all’interno della comunità.
Però le diversità non esistono solo tra le persone, ma anche tra i gruppi, tra le diverse comunità ecclesiali. Mentre la comunità di Gerusalemme vive in un ambiente giudaico, le comunità in Antiochia e in tutta l’Asia Minore e in Europa (comunità fondate da Paolo) sono comunità “miste”, composte di convertiti giudei e non giudei. Questo nuovo sviluppo spinge verso vie pastorali più ardite, come quella di spalancare le porte della Chiesa ai non giudei, senza mediazioni di nessun genere.
Le nuove comunità fuori della comunità madre, ciascuna con il proprio volto, non si considerano indipendenti e staccate, ma unite nella fede e nella fraternità. Si forma una rete di comunicazione, si intrecciano visite, si scambiano notizie e aiuti. Spinta dall’amore di Cristo, vivendo in solidarietà e in armonia la Chiesa cresce nella vera cattolicità, verso la comunione universale, che abbraccia uomini e donne «di ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9).
3. Sapienza, audacia e creatività nell’evangelizzazione – l’ambito della missione
L’amore spinge. Quell’amore che ha riempito il cuore non si ferma, non perde il suo dinamismo, ma si riversa e si effonde traboccante su tutto ciò che lo circonda. Benedetto XVI dice: «L’amore, per la sua natura, deve essere ulteriormente partecipato agli altri. L’amore cresce attraverso l’amore» (Deus caritas est 18).
Tutti sappiamo quanto è potente la forza dell’amore. Spinto dall’amore, l’uomo riesce a donarsi senza misura, varcare le soglie dei suoi limiti, diventare inventivo, andare oltre ai possibile. L’amore potenzia tutte le risorse dell’uomo, aumenta la forza fisica, rafforza l’intelligenza, dilata il cuore, acutizza l’intuizione, vivacizza la sensibilità, accresce il senso poetico-estetico, rende audace e intraprendente, sapiente e delicato, forte e tenero.
Paolo “afferrato” da Cristo e totalmente posseduto dal suo amore, ha compiuto l’impossibile. L’amore di Cristo diventa il motore della sua esistenza. Tutto in lui è dettato da questo amore e nulla ha più spazio al di fuori di esso. Se Cristo è morto per tutti, la vita non può essere vissuta che per lui, cioè per portare i “tutti” a incontrarlo. Se è l’amore di Cristo che spinge, è normale che tutto ciò che stava dietro non gli interessi più (cf. Fil 3,7-9), che ogni persona gli appaia preziosissima, essendo «un fratello per il quale Cristo è morto» (1Cor 8,11). Egli che fin dall’evento a Damasco aveva scoperto Gesù solidale con gli uomini («Paolo, perché mi perseguiti?») intuisce che non può più vivere per sé, ma per Cristo e per la salvezza dell’umanità. L’amore ricevuto deve essere condiviso Il Saulo centrato su se stesso, diventa l’Apostolo che si fa “tutto per tutti” per salvare il maggior numero possibile di persone (1Cor 9,22). Al centro della sua vita non c’è più lo sforzo di perfezione, ma l’attrazione a Cristo. Egli attira atri a Cristo da affascinato, da appassionato.
La spinta potente dell’amore ha pure modellato l’esistenza di Maria. La vediamo correre premurosa per le montagne di Giudea. La vediamo attenta a Cana, pronta a scoprire ciò che manca e a porre rimedio Il filosofo J. Piper dice: «Dove c’è amore ci sono occhi». L’amore intuisce, vede, provvede, previene.
Nella storia dell’evangelizzazione (dove i religiosi hanno dato un contributo grandissimo) uomini e donne appassionati di Cristo hanno compiuto delle opere ben superiori della loro capacità, hanno saputo trovare le vie migliori, spesso creativi, per annunciare il Vangelo. Oggi la nostra società è molto più complessa e le sfide sono più difficili da affrontare, la passione e la spinta dell’amore sono più che mai indispensabili.
Lo stesso Spirito che riversa abbondantemente l’amore di Dio nel nostri cuori ci spinge e ci suggerisce il modo opportuno per diffondere l’amore. Mi piace richiamare l’episodio di At 8 con cui Luca racconta l’inizio della missione della Chiesa in territorio pagano e la conversione del primo pagano. Lo Spirito spinge ad attraversare le frontiere, non solo quelle geografiche, ma anche quelle del cuore. «Va’ avanti e raggiungi quel carro!» (v.29). È un invito, una spinta a cogliere l’occasione, ad approfittare del momento favorevole, a non perdere l’opportunità che forse non torna più, a fare il primo passo, a farsi vicino, ad andare incontro all’altro senza aspettare che egli venga.
Lo Spirito dice a Filippo di avvicinarsi al carro, ma non chi troverà nel carro o cosa dovrà fare o dire. È un invito ad affrontare il nuovo, a lasciarsi sorprendere con fiducia che è il Signore all’opera. La passione apostolica spinge a portare Cristo agli altri con tutte le sue forze, ma non induce l’evangelizzatore ad attribuire il successo a sé, alla propria competenza e diligenza, alla bontà dei metodi e delle strategie.
Nel carro c’era un uomo. Il carro non è la mèta finale a cui lo Spirito dirige Filippo, ma l’uomo seduto dentro. Non le strutture istituzionali o gli edifici, ma l’uomo è al centro dell’opera evangelizzatrice. Qui abbiamo l’Etiope che già legge la Scrittura. Lo Spirito opera nell’evangelizzatore, ma anche nei destinatari dell’evangelizzazione. L’Etiope invita Filippo «a salire e a sedere accanto a lui» (v.31). Seduto accanto, stanno insieme, Filippo si fa prossimo, si fa compagno. Egli si rende conto di non essere il seminatore, bensì il mietitore raccogliendo il frutto dell’opera dello Spirito, egli si pone accanto ad un amico e discorre con lui con franchezza, ammirazione e cordialità sulle cose di Dio. La Parola crea amicizia e sintonia di cuore. La trasmissione del Vangelo non avviene attraverso disquisizione teorica o speculazione astratta, ma piuttosto attraverso l’esperienza d’amore, nel rispetto mutuo, nella semplicità di scambio vicendevole, nel dialogo e nell’amicizia.
Poi il dialogo sfocia nel battesimo e alla fine Filippo sparisce e l’etiope «proseguì pieno di gioia il suo cammino» (v.39). Filippo non diventa padrone della vita dell’eunuco, non stabilisce un rapporto di dipendenza. Ricevuta la spinta l’eunuco prosegue con gioia, non è più quello di prima, è interiormente trasformato. L’amore di Dio continua a riempire il suo cuore e la gioia continua a sostenere il suo cammino. Paolo conosce bene questo dinamismo, dice ai Corinzi: «Non voglio comandare sulla vostra fede, ma contribuire alla vostra gioia» (2Cor 1,24). La passione apostolica spinge il cristiano a donare agli altri la gioia che ha nel cuore, a donarla gratuitamente come l’ha ricevuta gratuitamente a suo tempo. Ma anche Filippo parte con gioia, pieno di meraviglia e di riconoscenza. La passione apostolica benefica non solo i destinatari della missione, ma prima di tutto l’apostolo.
L’amore spinge, spinge Dio e spinge l’uomo. È un dinamismo coinvolgente e inarrestabile.